Cambridge Analytica e Facebook: lo scandalo data gate

Il 16 marzo scorso The Guardian e New York Times hanno pubblicato degli articoli che dimostrano l’uso scorretto di un’enorme quantità di dati provenienti da Facebook, da parte di Cambridge Analytica, azienda di consulenza per il marketing online. La vicenda dimostra ancora una volta quanto Facebook fatichi a tenere sotto controllo l’utilizzo dei nostri dati e quali rapporti Cambridge Analytica ha avuto con i più stretti collaboratori di Donald Trump durante la campagna elettorale del 2016 e con i sostenitori della Brexit.

Ma partiamo dall’inizio.

Cambridge Analytica è stata fondata nel 2013 dall’imprenditore americano Robert Mercer, famoso negli States per le sue idee politiche conservatrici e per aver finanziato Breitbart News, il sito d’informazione di estrema destra, diretto da Steve Bannon, consigliere di Trump durante la campagna elettorale e alla Casa Bianca.

L’azienda è specializzata nel raccogliere i dati degli utenti dei social network: quanti like mettono e su quali post, dove lasciano i commenti, il luogo da cui condividono i loro contenuti e molto altro. Queste informazioni vengono poi elaborate da modelli e algoritmi per identificare e creare profili di ogni singolo utente, con un approccio simile a quello della “psicometria”, il campo della psicologia che in generale si occupa di misurare le caratteristiche della personalità.

Cambridge Analytica ha acquistato inoltre molte altre informazioni da diversi “broker di dati”, società che raccolgono tracce sulle abitudini e i consumi delle persone basandosi su ciò che fanno online. Le informazioni definite su queste tracce sono anonime e non riconducibili direttamente al profilo che le ha generate, ma essendo moltissime permettono comunque di risalire all’utente privato e creare messaggi ad hoc in base ai suoi gusti e comportamenti.

Una volta acquisiti questi dati, Cambridge Analytica ha elaborato pubblicità altamente personalizzata su ogni singola persona, facendo leva non solo sui gusti, come qualsiasi azienda di marketing, ma sulle emozioni degli utenti. L’algoritmo di questo sistema è studiato per prevedere e anticipare le risposte degli individui: sono sufficienti informazioni su 70 “Mi piace” messi su Facebook per sapere più cose sulla personalità di un soggetto rispetto ai suoi amici, 150 per saperne di più dei genitori del soggetto e 300 per superare le conoscenze del suo partner.

Cosa centra Facebook in tutta questa storia? Nel 2014, un ricercatore dell’Università di Cambridge, Aleksandr Kogan, ha realizzato l’app “thisisyourdigitallife” – “questa è la tua vita digitale” – che prometteva di produrre profili psicologici e comportamentali, basandosi sulle attività degli utenti online. Per utilizzarla, bastava collegarsi utilizzando direttamente i dati accesso di Facebook. Questo passaggio ha consentito all’App di accedere alle informazioni di profili personali e di quelli degli amici. Dopodiché Facebook ha deciso di eliminarlo in quanto invasivo. L’applicazione di Kogan è arrivata a memorizzare informazioni di vario tipo su 50 milioni di profili Facebook. I problemi sono quindi nati quando lo stesso Kogan ha condiviso queste informazioni con Cambridge Analytica, violando i termini d’uso di Facebook, nonostante il social network vietasse ai proprietari di App di condividere con società terze i dati raccolti sugli utenti, pena sanzioni e la sospensione degli account.

Proprio lavorando su questi dati, Cambridge Analytica avrebbe creato svariati fake account gestiti automaticamente per diffondere post, notizie false e altri contenuti contro Hillary Clinton, modulando la loro attività a seconda dell’andamento della campagna elettorale. Non solo, secondo il Guardian, l’azienda aveva collaborato alla raccolta di dati e informazioni sugli utenti, utilizzati poi per condizionarli e fare propaganda a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Ma se fu la stessa Cambridge Analytica ad autodenunciarsi con Facebook, dichiarando di avere scoperto di essere in possesso di dati ottenuti in violazione dei termini d’uso, perché Facebook ha deciso di sospendere l’azienda solo dopo l’imminente pubblicazione degli articoli di denuncia sul caso?

Per rispondere a questa domanda non possiamo che aspettare.