Cambridge Analytica: il primo round tra Zuckerberg e il Congresso USA

Dopo quasi cinque ore di colloquio, la partita sul caso Cambridge Analytica tra Mark Zuckerberg e la Commissione per l’energia e il commercio del Senato degli Stati Uniti sembra essersi conclusa a favore del CEO di Facebook. I senatori sono apparsi scettici e incerti sulle decisioni da prendere, soprattutto perché – per ovvi motivi anagrafici – hanno dimostrato di avere le idee poco chiare su come funzionino i social network, le applicazioni e più in generale Internet.

L’unica certezza emersa è la sensazione che si sia finalmente diffusa la consapevolezza che Facebook è solo una parte di un enorme iceberg — quello di Internet e delle sponsorizzazioni digitali — che va studiato e analizzato nella sua complessità.

Zuckerberg è apparso teso ed emozionato all’inizio dell’audizione, ma nel corso della giornata ha risposto senza particolari esitazioni alle domande. Dopo avere letto una dichiarazione, ha ammesso gli errori compiuti da Facebook negli anni passati, assumendosene le responsabilità: “Penso che sia praticamente impossibile avviare un’azienda nella stanza del tuo dormitorio e poi portarla a crescere fino al punto in cui siamo ora senza commettere qualche errore”.

Ci sono stati anche momenti in cui ha sviato le domande e rimandato a eventuali approfondimenti da parte dei suoi collaboratori, come quello in cui gli sono stati posti quesiti sul tempo di conservazione dei dati dei profili cancellati, sulla tracciabilità degli utenti anche fuori da Facebook o sul numero di persone che legge davvero le condizioni d’uso del social. Stando alle dichiarazioni del senatore John Kennedy, i termini delle condizioni d’uso “fanno schifo”: sono elaborate in modo tale che la maggior parte degli utenti non le legge effettivamente e procede senza prenderne atto. Se in Europa, il nuovo regolamento di sicurezza della privacy (GDPR) obbligherà Facebook a renderle più “leggibili”, Zuckerberg, pur affermando di essere intenzionato a estenderlo anche nel resto del mondo, ha confermato che non sono ancora stati presi dei concreti provvedimenti e il tutto rimane una sua iniziativa.

L’altro tema centrale è stato quello della privacy. I senatori in più occasioni hanno sottolineato l’esigenza di produrre nuove leggi per tutelare meglio gli utenti di Facebook e di Internet in generale. Negli States, le leggi sulla protezione dei dati personali sono poche e non molto articolate, soprattutto se confrontate con quelle emanate in questi anni dall’Unione Europea. Ci sono meno tutele e solo ora, con la vicenda di Cambridge Analytica, molti politici statunitensi sembrano realizzare che siano necessarie nuove regole, soprattutto per controllare quanto queste informazioni siano diffuse.

Rispondendo a una domanda sui contenuti che vengono pubblicati su Facebook, e che per esempio hanno contribuito alla diffusione di notizie false o della propaganda a favore di Donald Trump, Zuckerberg ha per la prima volta ammesso che: “Siamo responsabili per i contenuti, ma non ne produciamo”; per questo, non ritiene che Facebook possa essere considerato un editore, spiegando in modo più chiaro quale sia la differenza tra vendere i dati degli utenti a chi fa pubblicità o dare loro la possibilità di indirizzare i loro contenuti verso gruppi specifici di utenti, senza entrare però in possesso di alcun dato, che rimane sempre sotto il controllo di Facebook.

Non è ancora chiaro se nei prossimi mesi saranno prodotte nuove leggi per regolamentare i social network e imporre nuovi vincoli sulla privacy. Le severe considerazioni da parte del Congresso sono sembrate un avvertimento nei confronti di Zuckerberg per invitarlo a rimediare agli errori commessi. Lo stesso Zuckerberg ha ammesso che questa vicenda “ci ha danneggiati” e che farà il possibile per recuperare la fiducia degli utenti.