La “dura” vita dell’opinion leader su Twitter

“Le parole sono importanti” diceva Nanni Moretti in un suo celebre film e lo sono ancor di più se, come su Twitter, si hanno a disposizione solo 140 caratteri per riuscire a dire qualcosa di interessante, geniale o che colpisca chi lo legge tanto da porre un apprezzamento o addirittura convincerlo a fare proprio il vostro pensiero condividendolo.

Sono le dinamiche psicologiche che stanno alla base di uno del social network e che coinvolgono ogni giorno più di 310 milioni di utenti. Ma sono davvero tutti così influenti? No, naturalmente. Secondo uno studio di Yahoo e della Cornell University, nel 2011, era solo lo 0,05% degli utenti a creare contenuti, mentre tutti gli altri non facevano altro che utilizzare quest’ultimi o dire la loro sugli argomenti degli opinion leader.

E non pensate che quest’ultimi siano per forza importanti politici o intellettuali impegnati, anzi. Eccezion fatta per Barack Obama che si trova al terzo posto della classifica mondiale degli account Twitter con 67 milioni di followers, nei primi posti stazionano esclusivamente star dello spettacolo e della musica.

Al primo posto c’è Katy Perry che con i suoi 75 milioni di followers può contare al suo seguito una “nazione” più popolosa della nostra. Al secondo posto c’è Justin Bieber con 67 milioni di followers.
Ecco il resto della classifica:

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Fonte: Twittercounter.com

Si tratta di cifre incredibili che rendono ogni frase twittata una notizia che rimbalza su testate online e telegiornali e che permettono alle celebrità di avere anche un ritorno economico. Personaggi come Rhianna o Lady Gaga (per citare due account tra i primi dieci) hanno followers in tutto il mondo. Ecco perchè i grandi brand internazionali fanno a gara anche solo per una foto postata su questi canali social con magari addosso qualcuno dei loro prodotti.

Naturalmente Twitter non ha solo una funzione “fun” o commerciale. Negli ultimi tempi, visto il risalto che i media tradizionali stanno riservando al social network, molti personaggi pubblici lo utilizzano come un vero e proprio ufficio stampa e spesso lasciano a un cinguettio il compito di importanti comunicazioni personali o professionali. Basti pensare a un personaggio come Mario Balotelli, non proprio congeniale alla stampa, che spesso usa Twitter per smentire o contrattaccare gli autori di articoli al vetriolo sul suo conto o sulla sua vita privata.

Ma Twitter non è solo rosa e fiori e non sempre solo le opinioni dei cosiddetti opinion leader contano. Anzi, in molti casi è la massa a farla da padrone e, in alcuni casi, ad essere “letale” per alcuni personaggi pubblici. Ne sono un esempio in Italia il direttore di Radio Deejay Linus, costretto in questi giorni a lasciare Twitter dai tifosi della Juventus poiché costantemente ricoperto di insulti per cose che in realtà non avrebbe mai detto, ma che sono state semplicemente distorte da un perverso passaparola in rete.

Dello stesso avviso fu, qualche anno fa, il direttore del TgLa7 Enrico Mentana che lasciò Twitter stanco delle sue dinamiche e che si congedò dai suoi oltre 300 mila follower con un messaggio diventato a sua volta virale in quel periodo e che vi riproponiamo perché ancora tristemente attuale:

“Un saluto finale a tutti. Il numero di tizi che si esaltano a offendere su Twitter è in continua crescita. Calmi, tra poco ce ne andremo, così v’insulterete fra di voi.

Non mi arrendo davanti a “due battute”. In un anno non ho mai bannato nessuno. Ma se il bar che amate si riempie di ceffi, cambiate bar. O no?

Curioso: gli argomenti usati dai difensori dell’anonimato su Twitter sono gli stessi addotti dai massoni per giustificare le logge coperte…

Resterei se ci fosse almeno un elementare principio di uguaglianza: l’obbligo di usare la propria vera identità. Strage di ribaldi col nickname.

Sono contrario alle limitazioni e alle censure per legge. Sono contrario ai blocchi , censure private. Twitter è così, o l’accetti o lasci”.

Davvero, non servono milioni di follower per essere un opinion leader.