Tutta l’arte che c’è… in un cocktail

Cocktail: una parola, tanti aggettivi. Colorato, shakerato, ghiacciato, dolce o amaro, secco o fruttato, alcolico o no, il cocktail è molto più che una bevanda, è una “forma d’arte”.

Le origini della parola diventata internazionale sembrano essere collegate a diverse leggende, nessuna delle quali è mai stata riconosciuta come ufficialmente attendibile. Le storie raccontate in merito all’etimologia del termine riconducono ad un’associazione tra la bevanda e la figura del gallo. La parola cocktail potrebbe infatti derivare dai termini inglesi cock (gallo) e tail (coda), forse per il fatto che verso il 1400 nelle campagne inglesi si beveva una bevanda variopinta ispirata ai colori della coda del gallo da combattimento. Dall’Inghilterra si narra inoltre di una nave di ricchi inglesi che, approdando in Sud America, festeggiavano bevendo liquori europei e succhi tropicali mescolati con una colorata piuma di gallo. Secondo un’altra interpretazione, il termine deriverebbe dal francese coquetier: un contenitore per uova che veniva usato a New Orleans per servire i liquori nel XIX secolo.

Origini a parte, il cocktail è ormai un termine conosciuto in tutto il mondo. La sua forza risiede nella vasta gamma di sapori tra cui si può scegliere ordinandone uno. Dai più classici Martini Dry, Gin Tonic, Cuba Libre ai più mondani e colorati Cosmopolitan e Tequila Sunrise; la varietà di cocktail aumenta a dismisura con il passare del tempo ma soprattutto con il riconoscimento della figura di Bartender o Barman come una vera e propria professione con tanto di scuole di formazione a cui dover accedere prima di poter passare “dall’altro lato del bancone”.

cocktail2Oltre a conoscere le formule alcoliche, un buon barman deve possedere precisione e creatività. Del resto capita spesso di arrivare al bancone e di affidarsi all’esperienza di chi c’è dietro senza dare ordine preciso di ciò che si vuol bere , lasciandosi stupire da cosa ne verrà fuori.

Il lato estetico negli ultimi anni ha acquistato un’importanza sempre maggiore nella preparazione delle bevande. Nei cocktail bar, infatti, oltre al gusto dei drink, la clientela è affascinata da come questi vengono serviti. Da qui l’attenzione per il contenitore. Nei primi del ‘900, essendo il vetro troppo costoso, si preferiva servire in bicchieri di ferro. Successivamente, con l’avvento del vetro lavorato, si optò per presentazioni minimali che non facessero sfigurare la bellezza del bicchiere in sè. Oggi servire un cocktail è una vera propria arte: oltre al contenitore, sono fondamentali anche decorazioni con frutta, spezie, aromi, fiori, coloranti e, in casi all’avanguardia, gelatine alcoliche.

A quanto pare il detto “si mangia anche con gli occhi” si adatta perfettamente anche alla cultura del beverage.

Bere responsabilmente: cheers!