Shhh…Speakeasy!

Speakeasy – letteralmente “parlar piano” – era il nome dato ai locali che negli Stati Uniti continuavano a vendere illegalmente bevande alcoliche anche durante il proibizionismo. Il termine sembra essersi originato in Pennsylvania nel 1888, quando la legge Brooks High sulle licenze commerciali aumentò la tassa statale per i saloon da 50 a 500 dollari. Il numero di bar legali crollò drasticamente, ma alcuni continuarono ad far bere illegalmente alcolici con stratagemmi fantasiosi e frenetici quanto il ritmo del charleston che si ballava a quei tempi.
Durante il proibizionismo, quando distillare e somministrare alcolici era severamente vietato in tutto lo stato americano, gli Speakeasy si trovavano nei luoghi più impensabili. Per ritrovarsi nel bel mezzo di un bar clandestino che serviva alcol, solitamente home made, si doveva entrare in un garage oppure percorrere la cucina di qualche ristorante messicano. Negli ultimi anni gli Speakeasy sono tornati in voga, soprattutto nella grande mela e a Londra, dove sono particolarmente diffusi. “Please don’t tell” nell’East Village di New York è uno dei più famosi.

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La costante è segretezza.
Location apparentemente innocue, porticine nascoste – spesso nel retro di botteghe, fiorai e barbieri – parola d’ordine all’ingresso, tessera obbligatoria e cocktail da urlo, praticamente necessari dopo aver superato tutti gli “ostacoli”. Una volta entrati, pareti scure, cornici dorate, divanetti in velluto e banconi che “nascondono” le più variegate tipologie di alcolici vi trasporteranno indietro nel tempo, lasciandovi liberi di bere “spiriti” ricercati preparati al momento da bartender di alta scuola pronti a servirvi fino alle prime luci dell’alba.
E il proibizionismo?
Alcol free ma regole esplicitamente scritte nel menù. Questa è una delle caratteristiche che distingue la maggior parte degli speakeasy . “Scegli cosa vuoi bere ma sappi cosa non puoi fare”! Niente paura, i limiti sono sempre gli stessi: parlare a bassa voce, non entrare in gruppo, rispettare l’atmosfera elitaria e raccolta, motivo per cui, del resto, questa tipologia di locale è tanto voga al momento.
Anche Roma “parla piano”
Il revival localistico che riecheggia i fasti degli anni del Proibizionismo americano da qualche anno ha conquistato anche Roma.
jerry-thomas4Il più conosciuto è di sicuro il Jerry Thomas dietro piazza Navona dove, appunto, per entrare è necessario conoscere la parola d’ordine!
derriereIn pieno centro, il lato oscuro della novella Osteria delle Coppelle è Club Derrière, letteralmente Club sul retro. Per accedere dovrete superare l’adorabile piazzetta con tavoli e sedie, oltrepassare una delle due porte d’ingresso e procedere spediti verso la sala posteriore, dove ad aspettarvi c’è l’innocuo armadio bianco. Giunti fin qui e muniti di parola d’ordine, l’accesso al “bar segreto” è garantito.
argotA pochi passi da Campo de’ Fiori, dietro una porta senza insegna, un ragazzo alto e ben piazzato vi chiederà se siete in possesso della tessera per accedere all’Argot. Scendendo la scala si arriva al locale sotterraneo, diviso in due sale, di cui una riservata ai fumatori e l’altra ad un bellissimo bar aperto fino a tarda notte.
spiritoAddentrandosi nelle zone più alternative della Capitale, all’interno della Premiata Panineria al Pigneto l’attenzione di molti viene catturata dalla porta in cima alla quale spicca la scritta CARNI SCELTE. E per magia, alzando il citofono posto a sinistra dell’apparente cella frigorifera una voce vi condurrà all’interno di Spirito. Secret Speakeasy bar nel vero senso della parola!


…Altro che Figth Club.

Tutta l’arte che c’è… in un cocktail

Cocktail: una parola, tanti aggettivi. Colorato, shakerato, ghiacciato, dolce o amaro, secco o fruttato, alcolico o no, il cocktail è molto più che una bevanda, è una “forma d’arte”.

Le origini della parola diventata internazionale sembrano essere collegate a diverse leggende, nessuna delle quali è mai stata riconosciuta come ufficialmente attendibile. Le storie raccontate in merito all’etimologia del termine riconducono ad un’associazione tra la bevanda e la figura del gallo. La parola cocktail potrebbe infatti derivare dai termini inglesi cock (gallo) e tail (coda), forse per il fatto che verso il 1400 nelle campagne inglesi si beveva una bevanda variopinta ispirata ai colori della coda del gallo da combattimento. Dall’Inghilterra si narra inoltre di una nave di ricchi inglesi che, approdando in Sud America, festeggiavano bevendo liquori europei e succhi tropicali mescolati con una colorata piuma di gallo. Secondo un’altra interpretazione, il termine deriverebbe dal francese coquetier: un contenitore per uova che veniva usato a New Orleans per servire i liquori nel XIX secolo.

Origini a parte, il cocktail è ormai un termine conosciuto in tutto il mondo. La sua forza risiede nella vasta gamma di sapori tra cui si può scegliere ordinandone uno. Dai più classici Martini Dry, Gin Tonic, Cuba Libre ai più mondani e colorati Cosmopolitan e Tequila Sunrise; la varietà di cocktail aumenta a dismisura con il passare del tempo ma soprattutto con il riconoscimento della figura di Bartender o Barman come una vera e propria professione con tanto di scuole di formazione a cui dover accedere prima di poter passare “dall’altro lato del bancone”.

cocktail2Oltre a conoscere le formule alcoliche, un buon barman deve possedere precisione e creatività. Del resto capita spesso di arrivare al bancone e di affidarsi all’esperienza di chi c’è dietro senza dare ordine preciso di ciò che si vuol bere , lasciandosi stupire da cosa ne verrà fuori.

Il lato estetico negli ultimi anni ha acquistato un’importanza sempre maggiore nella preparazione delle bevande. Nei cocktail bar, infatti, oltre al gusto dei drink, la clientela è affascinata da come questi vengono serviti. Da qui l’attenzione per il contenitore. Nei primi del ‘900, essendo il vetro troppo costoso, si preferiva servire in bicchieri di ferro. Successivamente, con l’avvento del vetro lavorato, si optò per presentazioni minimali che non facessero sfigurare la bellezza del bicchiere in sè. Oggi servire un cocktail è una vera propria arte: oltre al contenitore, sono fondamentali anche decorazioni con frutta, spezie, aromi, fiori, coloranti e, in casi all’avanguardia, gelatine alcoliche.

A quanto pare il detto “si mangia anche con gli occhi” si adatta perfettamente anche alla cultura del beverage.

Bere responsabilmente: cheers!