Sigaro, questione di stile. Singolare, maschile

“Un grande sigaro contiene la promessa di una voluttà completa”. È quanto sosteneva Zino Davidoff – nato Zinovij Gilelevič Davidov, imprenditore svizzero di origine russo-ucraina e fondatore del famoso brand di tabacchi – chiamando il piacere procurato dal sigaro come qualcosa di indefinibile “che non ha mai smesso di sconcertare, sfiorando quasi il mistero”.

Gli esperti e gli appassionati affermano con convinzione che fumarlo è un’esperienza che cambia di volta in volta: il sigaro stesso non è mai uguale, si evolve in un crescendo di sapori e di forza. Come è possibile? Semplice: fumando, il ripieno del sigaro assume sostanze prodotte dalla combustione e gli umori del tabacco, facendo sì che gli ultimi tiri generalmente risultino più carichi e forti.

Tendenzialmente tra gli amanti del genere si usa suddividere le fasi della fumata in tre momenti differenti, una divisione da interpretare come apprezzamento di ogni singola parte, grazie a caratteristiche uniche da apprezzare differenti dalla successiva. All’inizio il sigaro si presenta, mostra la sua personalità e le prime note che ne determineranno il carattere, arrivando poi gradualmente al momento di maggiore intensità, la parte centrale, definita più gustosa e sapida. Poi infine la parte conclusiva, più densa, più carica. A volte troppo pregna di umori.

L’arte del fumare è prima di tutto una questione di ritmo: ristabilire una comunicazione con se stessi e ritrovare un proprio ritmo interiore. Un rito. Tutti i fumatori – che siano estroversi, meditativi, tristi, raffinati o volgari – sono accumunati infatti da elegante distacco e una sfumatura di soddisfazione nello sguardo, accompagnati da gesti lenti, fieri e misurati.

copertinaIl sigaro più nobile, il più coccolato dagli intenditori, il più mondano – dal cinema alla letteratura – è il cubano. È il sigaro di Aristotele Onassis o di John Wayne. È il sigaro di Churchill. Un simbolo, come le dita a indicare la V di vittoria, due immagini classiche che subito riportano alla memoria questo incredibile e caratteristico personaggio della storia. Sembra che la prima volta che Winston Churchill scoprì gli habanos fu durante l’occupazione spagnola di Cuba, quando era in missione diplomatica. E leggenda vuole che nella sua residenza inglese di campagna, nel Kent, tenesse abitualmente una scorta di oltre tremila sigari, in una stanza accanto allo studio privato, contenuti rigorosamente nelle confezioni originali, in scaffali diversi, in base alle dimensioni. I preferiti erano ‘Romeo y Julieta’ – nel formato che poi avrebbe preso abitualmente il suo nome – ma non disdegnava nemmeno un sigaro di casa Dunhill, ‘El trovador selection nr. 60’. Tanto era l’attaccamento ai suoi amati sigari che quando Londra, durante la battaglia d’Inghilterra, fu sottoposta ai violenti bombardamenti da parte della Luftwaffe, Churchill non temette per la propria vita, bensì per quella dei suoi sigari custoditi presso il negozio Dunhill. Proprio durante un raid aereo, una bomba centrò in pieno il negozio: alle due di notte, dopo aver constatato i danni, il direttore telefonò immediatamente al primo ministro britannico per informarlo che i suoi sigari erano in salvo. Randolph Churchill, pronipote di Sir Winston racconta: “Un grande sigaro era il compagno di viaggio preferito di Churchill e, che si trovasse in veste di statista, comandante oppure semplice ospite a una cena, raramente se ne privava. Come discendente di pionieri americani, da parte della madre, Jennie Jerome di New York, e di personaggi aristocratici dell’esercito britannico (i Duchi di Marlborough) da parte di padre, conosceva il significato della storia e il valore del tempo. E aveva sempre tempo per un sigaro”.

DCF 1.0

 

 

 

 

 

 

Per approfondimenti UOMO&MANAGER – novembre 2015

 

Non solo Natale: simbologia del colore rosso

Strade decorate, tutto il necessario per le più belle tavole imbandite e immagini di Babbo Natale ad ogni angolo e vetrina: sono nell’aria le più dolci note delle feste. E sono tinte di rosso. Questo colore primario, identificato come sinonimo di passione per tutto l’anno, a dicembre veste la tradizione e abbandona la sua vena di malizia. Ma ben prima delle decorazioni natalizie, il rosso ha sempre avuto particolari connotazioni simboliche nella storia del vestire, come rappresentazione di potere e dignità regale.

Il mantello purpureo in araldica è simbolo di potestà sovrana e quindi riservato ai membri delle famiglie reali ma, in casi particolari, il suo uso è stato concesso anche ad altri nobili, in riconoscimento di particolari meriti. In particolare, sin dai tempi antichi, la preziosità della porpora ne ha fatto abito tipico di re, principi e religiosi. Un esempio ancora chiaro ai giorni nostri è rappresentato dai mantelli del potere e dalle vesti dei cardinali che indossano una tunica di color rosso per ricordare – oltre al sangue dei martiri – la loro regalità di “principi della Chiesa”. Non a caso anche lo stesso Papa, in passato, indossava abiti di color rosso, abbandonati poi per il bianco nel 1566 quando Papa San Pio V decise di mantenere la tunica bianca adottata già nell’Ordine dei frati predicatori, un uso conservato poi dai suoi successori.

rossoData la scarsa quantità del principio colorante fornita da ogni mollusco – tanto che occorrevano migliaia di animali per la tintura di un’unica tunica – la porpora era una materia assai rara e pregiata, apprezzata e usata sin dall’antichità per la bellezza delle tinte da un lato e per la difficile estrazione dall’altro. Per tutto il mondo classico la porpora e le stoffe così tinte rimasero connesse con l’immagine del lusso e del potere civile e religioso, di cui furono il simbolo. La porpora serviva ai Romani anche come segno esteriore di dignità: una balza di porpora (clavus) sovrapposta alla tunica indicava l’appartenenza all’ordine equestre se stretta (angusticlavius) mentre se larga (laticlavius) all’ordine senatorio. Anche i magistrati, come distinzione del loro ufficio, portavano una striscia di porpora sulla toga.

Le stoffe tinte con questo prezioso colorante venivano non solo usate nelle vesti ma anche nelle tappezzerie, sempre più ricercate col raffinarsi dei costumi: specialmente le donne ne facevano sfoggio, tanto che a volte fu la stessa legge a intervenire per frenarne l’uso.

Se l’uso di tessuti di questo colore, anche per i suoi altissimi prezzi, nella prima età imperiale romana era riservata agli imperatori, ai senatori e ai sacerdoti, nelle ultime fasi del mondo antico la porpora divenne addirittura uso esclusivo dell’imperatore e della sua famiglia. Lo dice lo stesso Teodisio II (401-450 d.C.) nel suo famoso codice: “ogni persona, di qualsiasi sesso, rango, mestiere, professione o famiglia dovrà astenersi dal possedere quel genere di prodotto, che è riservato solo all’Imperatore e alla sua Famiglia”.

Riprendendo Giulio Cesare – ma anche Tiberio e Domiziano, come scritto nei memoriali di Sant’Elena – Napoleone Bonaparte adottò e il lauro sulla fronte e il mantello dal lungo strascico rosso, indossato anche durante la sua incoronazione, avvenuta il 2 dicembre 1804 nella Cattedrale di Notre-Dame, un evento testimoniato e raccontato nel dettaglio dal suo pittore ufficiale Jacques-Louis David.

tappeto-rosso-235x300Un’ultima curiosità: perché il “tappeto rosso” è rosso? Proprio a sottolineare il valore simbolico del colore, questo veniva srotolato per accogliere personalità regali o ritenute sacre. Nell’Agamennone di Eschilo, ad esempio, Clitemnestra fa distendere un tappeto color porpora – simbolo di trionfo, ma anche di sangue – per accogliere il marito al ritorno nella reggia. Si racconta di un tappeto rosso disteso sulla riva di un fiume anche per accogliere il Presidente degli Stati Uniti James Madison, al suo arrivo in patria nel 1821. Un simbolo di celebrazione, esclusività, lusso e potere. Ben prima di Hollywood e la notte degli Oscar.

Per approfondimenti LUSSOSTYLE – dicembre 2015